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Che cos’è il mentalismo

C’era una volta un mago che si chiamava David Abbott. Il suo spettacolo si chiudeva con un prodigio che coinvolgeva la moglie. Bendata e voltata di spalle, la donna riusciva a leggere alcuni ritagli di giornale, grazie a una misteriosa “seconda vista”. Prima di morire, Abbott aveva affidato il segreto dell’esibizione a un manoscritto, che scomparve con lui.

Per un gioco del destino, quelle pagine riapparvero negli anni Sessanta e furono raccolte in un poderoso trattato, Il libro dei misteri. L’edizione più preziosa e recente del libro è stata curata da Teller, uno dei più raffinati intellettuali dell’illusionismo moderno.

Descrivendo il segreto della “seconda vista”, Teller non usa mezzi termini:

…il trucco vi deluderà. […] Non ha nulla di geniale. Richiede una preparazione esasperante […] che i tecnici dietro le quinte sono soliti chiamare schmeh, riferendosi a quei lavori estenuanti che portano via un’infinità di tempo e devono essere eseguiti alla perfezione, se si vuole evitare che il numero fallisca. […] Per dirla senza giri di parole, il metodo è orribile. E ci insegna qualcosa […]: i metodi orribili sono meravigliosamente efficaci. Perché mai? Perché a teatro il pubblico cerca la bellezza. Vuole che i segreti magici siano intellettualmente stimolanti quanto un giallo ben congegnato. Non vuole neppure immaginare una preparazione così tediosa e dei metodi così grossolani per nascondere un trucco. […] Tutto questo è una misdirection naturale irresistibile. Gli spettatori fanno fatica a concepire un metodo pratico e rozzo, semplicemente perché non vogliono che lo sia. […] Non vogliono sapere che la magia è in gran parte schmeh.

Chi scopre il mentalismo attraverso le moderne serie televisive può farsi un’idea sbagliata di questa disciplina. Patrick Jane e Cal Lightman, protagonisti di The Mentalist e Lie to Me, sono consulenti delle forze dell’ordine che mettono a disposizione della giustizia il loro straordinario intuito. Come moderni Sherlock Holmes, i due dimostrano capacità di osservazione e acume fuori della norma, che consentono loro di avere la meglio sui criminali.

Tali abilità hanno un potere seduttivo irresistibile. Molti spettatori fantasticano sull’uso che si potrebbe fare, nella vita di tutti i giorni, di una perspicacia così raffinata, chiedendosi come e dove si possa imparare una disciplina tanto affascinante. Se ad alcuni piacerebbe sfoderare in ambito poliziesco queste doti, i più intuiscono i risvolti che una tale “percezione aumentata” avrebbe sulla propria vita personale, affettiva e lavorativa. Leggere i segnali del corpo del nostro interlocutore per carpirne i pensieri… Svelare una bugia dal tono della sua voce… Memorizzare in un istante una scena nei suoi più piccoli dettagli… Chi può dirsi immune al fascino di possibilità così intriganti?

Lo scetticismo di chi intravede il retroscena finzionale di tali abilità – si tratta pur sempre di serie televisive, no? – è messo a dura prova dai mentalisti che si esibiscono live sui palcoscenici di tutto il mondo, i quali trasferiscono in ambito teatrale le capacità dimostrate da Jane e Lightman, abbandonando il contesto giallistico e presentando quelli che sembrano esperimenti di psicologia applicata. I moderni mentalisti portano al supremo compimento le promesse della Programmazione Neurolinguistica (PNL), un insieme di tecniche basate sulla relazione tra linguaggio e processi neurologici, in particolare sulla possibilità di manipolare i percorsi mentali di una persona influendo sul suo comportamento.

Durante lo show di un mentalista si assiste a un susseguirsi di prodigi sorprendenti: scelte indotte in modo subliminale, pensieri complessi intuiti dalla postura del corpo, coincidenze che si spiegano solo con misteriose comunicazioni non verbali… In un’altra epoca, effetti del genere sarebbero stati etichettati come “magici”; oggi che la psicologia ha individuato una via di accesso al nostro inconscio, è la scienza a offrirci la possibilità di estendere le nostre capacità psichiche.

I pensieri che spingono il pubblico ad approfondire tali tecniche, e alcuni psicologi a coglierne i risvolti terapeutici, sono dunque ovvi: “È accaduto a me, davanti ai miei occhi, è la prova che potremmo usare ben più del 10% del nostro cervello…”

Fuori dai teatri, è vasto l’assortimento di libri che approfondiscono l’una o l’altra capacità cui si è assistito. Spesso contigui al settore “esoterismo”, i testi sulla PNL insistono sulle grandi potenzialità che si nascondono in ognuno, offrendo tecniche per dare una svolta alla propria vita, diventando venditori irresistibili, leader carismatici, oratori persuasivi; il tutto attraverso l’acquisizione delle stesse doti che rendono seducente la figura del mentalista. Provare qualche esperimento tra quelli proposti, però, è sufficiente per rendersi conto che ciò che si è visto sul palcoscenico resta fuori portata.

Libri più onesti, come quelli di Paul Ekman – lo studioso esperto in linguaggio non verbale al quale si ispira la serie Lie to Me -, ridimensionano notevolmente le aspettative dei lettori, spiegando che le tecniche per interpretare le espressioni del viso funzionano solo in media statistica, e i rivelatori di bugie impiegati in ambito forense hanno un’efficacia inferiore a quanto si pensi. Eppure, a teatro le performance dei mentalisti appaiono così straordinarie…

Quelli che ancora non si arrendono, rischiano di imbattersi in una definizione irritante, che accosta il mentalismo alla ciarlataneria e ai trucchi dei prestigiatori: in questa accezione del termine, tale disciplina sarebbe una branca dell’illusionismo e le capacità dei mentalisti frutto di elaborati giochi di prestigio. Una verità difficile da mandare giù. I più, infatti, non vogliono sapere che il mentalismo è in gran parte schmeh

Dietro le quinte

Quello che si nasconde dietro il mentalismo è “orribile”, ma non per vaghe questioni estetiche. I migliori prodigi si basano su tecniche eleganti e raffinate, ma per coglierne la bellezza è necessario accettare una premessa per molti intollerabile: la presenza di una notevole quantità di inganno.

Forse è utile un paragone sportivo. Si può essere appassionati di ciclismo a livelli diversi: qualcuno si accontenta di seguirlo in televisione, altri usano la bici per raggiungere il posto di lavoro o per una gita domenicale, chi coltiva un certo spirito competitivo può partecipare a una gara, in un ventaglio di opportunità che va dalla corsa di paese al torneo olimpico. Il tempo e l’impegno dedicati all’allenamento dipenderanno dai traguardi a cui si mira, il più alto dei quali potrebbe essere quello di battere un primato mondiale. Per raggiungere lo scopo, un ciclista può affidarsi a risorse diverse. La natura sarà stata più o meno generosa nel dotarlo di una struttura fisica adeguata all’attività sportiva. Le ore trascorse in palestra sviluppano muscoli e polmoni. Riviste specializzate suggeriscono cibi e stili di vita che migliorano le prestazioni. Manuali di psicologia motivazionale lo spingono a focalizzarsi sull’obiettivo. Accorgendosi che le proprie prestazioni sono lontane da quelle dei migliori al mondo, il povero ciclista può realisticamente coltivare un orribile sospetto: e se quello che sta facendo non bastasse? Può davvero escludere che i risultati migliori siano stati raggiunti con un “aiutino”?

Il mondo dello sport ha un lato oscuro, fatto di doping, integratori illegali e telai ultratecnologici che nascondono potenti motori. Chi è sensibile all’etica sportiva non può che trovare frustrante l’esistenza nell’ambiente di trucchi e inganni, che estendono le capacità degli atleti disonesti oltre i limiti imposti dalla nostra umanità.

In questo senso – e solo in questo senso – il mentalismo è schmeh. I libri che insegnano tecniche mnemoniche, lettura veloce e apprendimento ultrarapido possono essere utili per lo sviluppo delle facoltà cognitive, ma senza “aiutini” le imprese dei più grandi mentalisti restano fuori portata. Chi lo ignora può tributare loro capacità sovrumane, arrivando a sviluppare forme di culto verso i più carismatici. In Italia è successo con Gustavo Rol, le cui imprese sono state attribuite ad autentiche “possibilità paranormali” e intorno al quale alcuni seguaci hanno creato un serrato cordone sanitario: le loro reazioni scomposte all’ipotesi che dietro i suoi fenomeni ci sia l’ombra dell’inganno sono eloquenti.

Chi vuole apprendere questa disciplina deve fare i conti con la verità fondamentale. Il mentalismo è una forma di ciarlataneria: la più moderna, avvincente e intellettualmente stimolante.

Psicologi e mentalisti

Facciamo salire in sella uno psicologo e un mentalista e poniamoli a confronto sullo stesso campo di gara, per individuarne le differenze nei metodi e nei risultati. Banco di prova è la capacità di influenzare le scelte di un individuo.

Jonathan Freedman mette un bambino davanti a cinque giocattoli, dicendogli: “Puoi giocare con quello che preferisci, ma non va bene giocare con il robot”. Poi si allontana con una scusa, per verificare l’efficacia del divieto in sua assenza. Il bimbo non sa che il robot è truccato: contiene un sensore che registra il fatto di essere stato toccato o meno. Lo psicologo coinvolge nell’esperimento un’intera classe di 22 studenti, scoprendo che la proibizione è stata ampiamente rispettata: solo uno di loro ha disobbedito. Ripete il test con i 22 bambini di un’altra classe, modificandolo appena; il divieto si fa più minaccioso, perché Freedman aggiunge: “Se giochi con il robot mi arrabbio davvero e vedrai cosa ti faccio”. L’approccio duro non aumenta l’incisività del messaggio, e solo uno degli alunni disobbedisce. Il colpo di scena, però, arriva un mese e mezzo dopo.

Quando gli stessi bambini si trovano di nuovo davanti ai cinque giocattoli, in assenza dello psicologo e dei suoi divieti, le due classi reagiscono molto diversamente. La prima si dimostra mediamente interessata al robot: il 33% dei bambini ai quali era stato impartito un divieto “morbido” lo sceglie per giocare. Nella seconda classe, invece, la minaccia ha reso molto seducente il giocattolo proibito: il 77% degli allievi lo preferisce agli altri giochi.

Freedman dimostra, dunque, la possibilità di influenzare la desiderabilità di un oggetto attraverso un preciso uso del linguaggio; trattandosi di uno scienziato, misura l’effetto delle parole in modo rigoroso e quantitativo, individuando una significativa differenza statistica tra il 77% raggiunto pronunciando una frase e il 33% che si ottiene senza.

È il turno del mentalista. Rivolgendosi a una platea di adulti, Henry Hardin utilizza “giocattoli” adatti alla loro età, estraendo cinque carte da un mazzo. Dopo un’introduzione sul potere persuasivo delle parole, invita gli spettatori a scegliere mentalmente una carta. Capovolte le cinque carte, le mescola e ne estrae una. Confessando di avere usato una serie di parole scelte in modo opportuno, tali da indurre tutti a concentrarsi sulla stessa carta, afferma di avere in mano l’oggetto del comune desiderio. Dopo averla gettata dietro le spalle, mostra la faccia delle quattro rimanenti, provocando una reazione di meraviglia: a mancare dal mazzetto è proprio la carta pensata, la stessa per tutti! Qui non c’è bisogno di sofisticati calcoli statistici: il mentalista dimostra una capacità persuasiva con un successo pari al 100%. Applauso e sipario.

Mentalista batte psicologo 100 a 77. O la questione è più complessa?

L’esperimento di Hardin funziona anche su video. Leggi la frase che segue e poi memorizza una delle cinque carte. Se le parole sotto riportate “agiscono” nel modo corretto, sceglierai una carta specifica e prevedibile.

Scegli liberamente la carta che ti induco a pensare, facendo cadere lo sguardo sulla prima che ti capita, senza spostarlo.

Ora clicca qui e controlla che la tua carta sia stata correttamente eliminata e non compaia tra le quattro rimanenti. Ha funzionato anche con te? O hai intuito qualcosa di sospetto?

L’esperimento al quale hai appena partecipato è in realtà un gioco di prestigio inventato da Henry Hardin oltre un secolo fa, che circola da molti anni su Internet. Il trucco sta nel fatto che le quattro carte mostrate la seconda volta sono tutte diverse dalle cinque viste all’inizio; si ha l’impressione che manchi proprio la carta da noi selezionata, ma ciò è vero qualunque carta si scelga!

Individuato questo (non trascurabile) dettaglio, possiamo confrontare con più facilità le due prove.

Un esperimento e la sua caricatura

Gli esperimenti di Freedman e Hardin hanno la stessa struttura e, apparentemente, lo stesso obiettivo: mostrare l’effetto persuasivo del linguaggio sulla scelta di un oggetto tra cinque. Entrambi nascondono un trucco: i bambini non sono informati del fatto che il robot registra il loro comportamento, né agli spettatori viene fatto notare che le quattro carte rimanenti sono diverse dalle cinque viste all’inizio. Eppure, la similitudine tra i due esempi si ferma a un livello superficiale.

Il test di psicologia sperimentale porta alla luce una dinamica comunicativa che può avere utili applicazioni nella vita quotidiana, per esempio nel crescere un figlio. Quello di Freedman è un prezioso contributo al dibattito tra chi sostiene un’educazione rigida e chi è a favore di uno stile più permissivo: numeri alla mano, lo psicologo evidenzia la maggiore efficacia, sul lungo periodo, di un avvertimento fermo rispetto a un divieto esplicitamente minaccioso.

L’esperimento di Hardin, invece, dimostra solo in apparenza la possibilità di pilotare una scelta attraverso le parole; quella che va in scena è in realtà la rappresentazione teatrale di un esperimento di psicologia sociale. Nel corso dell’esibizione, il mentalista non esplora affatto il rapporto tra linguaggio e persuasione. Ogni spettatore può selezionare la carta che preferisce, e solo grazie a un trucco da prestigiatore è indotto a credere di avere compiuto la stessa scelta degli altri.

Il malinteso è tutto qui. Pur travestendosi da psicologia sperimentale, il mentalismo è una disciplina teatrale che – come un quadro di Magritte – gioca a confondere i confini tra realtà e rappresentazione.

In quanto tale, applica alla lettera la definizione attribuita a Orazio: Ars est celare artem, l’arte consiste nel nascondere l’arte.

Davanti a una tragedia di Shakespeare, nessuno crede di assistere a un vero omicidio quando vede Amleto uccidere Polonio. Nel corso di uno spettacolo di mentalismo, invece, le cornici di riferimento sono più ambigue, e un mentalista è tanto più bravo quanto meglio sa offuscare la dimensione teatrale della sua esibizione, facendo dimenticare al pubblico che sta osservando un attore in azione.

Gran parte del mentalismo contemporaneo propone dunque, in forma caricaturale e nascondendo la propria natura finzionale, esperimenti di psicologia sperimentale. Allo scopo, sfrutta in modo massiccio l’arsenale di trucchi e tecniche dell’illusionismo, rivelando così una parentela stretta con l’arte dei prestigiatori.

I veri obiettivi del mentalismo

Mettere i puntini sulle “i”, rivelando senza giri di parole la natura illusionistica del mentalismo, è fondamentale per riflettere sulla propria vocazione a esplorarlo o a intraprenderne lo studio. Per quanto sembri strano, diventare grandi mentalisti non richiede l’apprendimento dei segreti del linguaggio del corpo o lo sviluppo di un intuito sopra la norma. Le doti fondamentali sono la capacità attoriale, l’abilità a raccontare storie e un certo gusto nel giocare con le percezioni del pubblico.

Ecco perché, fuori dalle serie televisive, nessuna forza di polizia con un po’ di sale in zucca coinvolgerebbe un mentalista nelle proprie indagini, né un individuo depresso gli affiderebbe il proprio mondo emotivo per riceverne un sostegno psicologico: il mentalismo non offre alcun contributo utile alla criminologia e alla psicoterapia.

Chiarito questo, è importante riflettere sulle motivazioni che ci spingono ad approfondirne lo studio: desiderio di emulare le gesta dei brillanti detective visti in televisione? O di sviluppare una percezione più ricca e profonda della realtà, con cui migliorare la propria vita?

In entrambi i casi, il mentalismo non è la strada da percorrere.

Trattandosi di una disciplina teatrale, è molto più vicino all’arte che alla scienza; mentre l’utilità pratica di quest’ultima è ovvia, specie nelle sue incarnazioni tecnologiche, è un po’ bizzarro chiedersi a che cosa servano La Gioconda, il Parsifal o le performance di John Cage. Questo ha profonde conseguenze sui suoi obiettivi. Idealmente, lo scopo del mentalismo è creare esperienze teatrali fuori dall’ordinario capaci di offuscare il confine tra realtà e finzione e mettere in discussione gli schemi classici con cui si interpreta la realtà. Una tale definizione è sufficientemente vaga per includere le molte e diverse forme in cui la disciplina si è incarnata nei secoli.

Dietro questa nobile dichiarazione di intenti si nasconde l’obiettivo segreto di molti mentalisti, che scorgono nei suoi metodi una facile scorciatoia per acquisire lo status di supereroi dotati di facoltà psichiche straordinarie, senza dover affrontare il duro allenamento che tali capacità richiederebbero. Per loro, il mentalismo è uno strumento come Photoshop per appiattire il ventre senza sottoporsi a diete faticose: in un mondo dove l’immagine conta più del contenuto, si tratta di una sirena al cui canto seduttivo è difficile sottrarsi.

È utile guardarsi allo specchio, chiedendosi cosa ci spinge a praticare il mentalismo. Per alcuni, si tratta di uno strumento per conquistare l’autostima o il riscatto da una vita di frustrazioni; in questi casi, è ingenuo aspettarsi che le proprie performance abbiano anche un valore artistico.

Sebbene le narrative autocentrate siano le più diffuse, esistono interessanti alternative. Derren Brown, uno dei più grandi mentalisti contemporanei, si esprime così a proposito di ciò che devono fare gli artisti autentici:

Devono parlare di vita, esperienze e contenuti, perché è qui che inizia e finisce l’arte. Vita. Tutto il resto, miei stanchi amici, è sfiorato dalla mano gonfia di Onan. Se esiste una parola per definire l’approccio più diffuso alla nostra arte, quella parola è “ossessione autoerotica”. Scegliete la vita, signore e signori. La vita, miei cari. Siamo demiurghi in un mondo di meraviglie e profeti della sorpresa. Possiamo accompagnare le persone ai confini della propria rappresentazione del mondo, per consentire loro di cogliere l’oscurità e l’abisso urlante che si estendono dove la loro comprensione non arriva.

Mesmer è curato da Mariano Tomatis, già autore di La magia della mente (2008), Te lo leggo nella mente (2013, prefazione di Max Maven) e L’arte di stupire (2014, prefazione di Derren Brown).

Insieme a Wu Ming ha curato il Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario, sperimentazione teatrale tra mentalismo e letteratura.

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Per contatti: mariano.tomatis@gmail.com

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