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Mesmer. Lezioni di mentalismo

«Prenda la matita e scelga liberamente uno di questi simboli.» Siamo a teatro o in cabina elettorale? A parlare è un illusionista o uno scrutatore? La differenza potrebbe essere solo superficiale. Come documenta l’enciclopedia magica di Edmé-Gilles Guyot del 1769, da secoli i prestigiatori sanno come pilotare le scelte del pubblico; quando invitano a pescare un biglietto dal mucchio, la scelta è effettivamente libera, ma tra foglietti che – in segreto – riportano tutti la stessa parola. Quanto sono altrettanto ingannevoli le opzioni sulla scheda elettorale? Esiste una vera alternativa, o ai tempi del Partito della Nazione le diverse proposte convergono tutte verso lo stesso indistinto (e indigesto) pappone?

È stato L’armata dei sonnambuli ad accompagnarmi alle origini storiche di questo strano intreccio; magnetismo animale e politica, suggestioni ipnotiche e storytelling emancipatorio, usi e abusi della manipolazione del linguaggio: il dibattito su questi temi muove i primi passi nel Settecento ed esplode letteralmente all’arrivo di Franz Anton Mesmer a Parigi. Proposte in ambito medico, le sue idee non avranno solo sviluppi terapeutici: se Robert Darnton ne sottolinea i risvolti politico-rivoluzionari, il mio sguardo da illusionista vi scorge importanti ripercussioni sulla magia dei prestigiatori.

Per documentare genesi e sviluppo di queste influenze, da un anno vivo nel Settecento: divoro libri dell’epoca, consulto quotidiani pre-rivoluzionari, mi oriento tra i pettegolezzi, a caccia di polemiche, attacchi spietati e recensioni al vetriolo. Muovendomi tra i ciarlatani del Pont Neuf e gli illusionisti cui Philippe Égalité chiede lezioni al Palais Royal, avverto un continuo senso di dejà-vu: i sotterfugi e le retoriche sono gli stessi degli imbonitori odierni, abili ieri come oggi a confondere l’opinione pubblica e manipolare i piani di realtà come si farebbe con un mazzo di carte.

L’ambiguità suprema è incarnata dai “professeurs de physique devianti”: finti divulgatori scientifici che producono effetti sorprendenti, sfruttano i trucchi degli illusionisti ma spiegano al pubblico di non aver nulla a che vedere con i prestigiatori; sono i francesi François Pelletier e Nicholas-Philippe Ledru “Comus”, il prussiano Gustavus Katterfelto e l’italiano Giuseppe Pinetti da Orbetello. Come gli odierni mentalisti, negano di praticare una disciplina basata sull’illusione. Gli uni e gli altri si collocano alle frontiere della scienza, dove le cose si fanno controverse; qui pescano per spiegare la natura delle proprie capacità straordinarie: nel Settecento è il magnetismo minerale, nell’Ottocento il magnetismo animale, nel Novecento l’ESP (la percezione extrasensoriale), negli Anni Duemila la PNL (Programmazione Neuro-Linguistica). Tutti evitano il termine «trucco» e negano di presentare «giochi» o «magie»: mimando il linguaggio scientifico, chiamano «esperimenti» i numeri che compongono le loro performance. Sistematicamente una parte del pubblico si convince di assistere a delle semplici (ancorché sconcertanti) «dimostrazioni» di fenomeni scientifici i cui dettagli restano in gran parte enigmatici. Ricostruire la storia di questa sfuggente disciplina è arduo perché «mentalismo» – il suo nome moderno – conduce fuori strada. Il riferimento alla mente quale organo responsabile di tali prodigi risale all’inizio del Novecento: nel corso dell’Ottocento i prestigi si attribuivano allo stato di «sonnambulia magnetica»; prima dell’avvento di Mesmer si associavano al magnetismo minerale. Filo conduttore di quest’arte è un mix di disinformazione e intrattenimento, che coniuga l’ancestrale fascino per la magia e la forma mentis dell’illuminismo.

Il lavoro di ricerca porta a galla dinamiche interessanti. Se a Torino nel 1985 i ricchi si inchinavano davanti ai trucchi di Gustavo Rol, nella Parigi del 1785 Alessandro Cagliostro fondava il proprio carisma sulle stesse fragili basi: ieri come oggi i poteri medianici farlocchi (messi in scena, ovvero, col trucco) possono essere tanto persuasivi da guadagnare concretissimi poteri terreni; non a caso i moderni guru motivazionali insistono sullo slogan Fake it until you make it!

Affrontando il tema con gli strumenti dell’indagine storica, ne ho esplorato gli aspetti tecnici (come si mette in scena un potere illusorio?), estetici (qual è il valore del mentalismo nello sfidare la concezione dell’arte come “perizia pratica” per investigare altre possibili relazioni tra le rappresentazioni artistiche e il mondo?) ed etico-politici (quali sotterfugi illusionistici possono contribuire a “sgonfiare le favole dei potenti”?)

Lo strumento di indagine più originale che mi sia capitato tra le mani è stato il romanzo – da Il diavolo innamorato (1776) di Jacques Cazotte, che inaugura il genere Fantastico dell’età moderna, fino al manuale di debunking in forma narrativa di Friedrich Schiller Il visionario (1786). Il punto è che, come fa notare Javier Cercas ne Il punto cieco (2016):

il romanzo non è un intrattenimento (o non è solo questo); è, soprattutto, uno strumento di indagine esistenziale, un utensile per la conoscenza di ciò che è umano (p. 51)

Per ricostruire atmosfera e dinamiche del Settecento, consultare quotidiani, memoriali ed epistole è fondamentale – ma non basta: sebbene siano opera di fantasia, le opere di narrativa che ho preso in esame illuminano regioni della coscienza settecentesca di importanza cruciale. Il protagonista del romanzo di Cazotte rappresenta in modo accurato lo stato di inquieta sospensione di chi subisce l’irruzione del “fantastico” nella vita quotidiana; il signor Van Estin dei racconti di Henri Decremps svela al lettore lo stesso gioco di inganni a scatole cinesi offerto a teatro dagli illusionisti e da Mozart nell’intricatissima trama di Così fan tutte (1790): una dinamica difficile da documentare fuori da una cornice romanzesca; l’avventuriero palermitano di Schiller – chiaramente ispirato a Cagliostro – rende esplicito il cieco cinismo di chi usa il sovrannaturale come strumento di sopraffazione dei propri simili.

La ricerca è confluita in un libro, primo volume di un’ideale serie: Mesmer. Lezioni di mentalismo non uscirà in libreria ma verrà stampato e spedito a chi prenderà parte alla campagna di autofinanziamento che scade l’11 giugno (vai al sito del crowdfunding); 368 pagine a colori e gran formato (17 x 24 cm) dedicate a chi scorge, nei meccanismi della magia e dell’illusionismo, motivi di interesse che trascendono l’intrattenimento e le narrative rassicuranti.

Mesmer è curato da Mariano Tomatis, già autore di La magia della mente (2008), Te lo leggo nella mente (2013, prefazione di Max Maven) e L’arte di stupire (2014, prefazione di Derren Brown).

Insieme a Wu Ming ha curato il Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario, sperimentazione teatrale tra mentalismo e letteratura.

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Per contatti: mariano.tomatis@gmail.com

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